“Fede e corpo”, conferenza con Giorgio Bonaccorso
Mercoledì 7 marzo 2012 alle ore 18.30, presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, conferenza con Giorgio Bonaccorso, monaco benedettino, su: “Fede e corpo”.
Per presentarlo riportiamo una breve citazione dal suo libro “Il corpo di Dio, vita e senso della vita, (Cittadella Editrice, Assisi 2006, p. 5-7)
“Il dilemma umano tra Dio e il corpo attraversa i secoli, ma è un dilemma tutto umano perché Dio, sull’argomento, ha pronunciato la sua Parola definitiva facendola diventare carne e risuscitandone il corpo.
Non si è limitato a difendere l’importanza di una sua creazione, ossia del corpo e della carne, ma si è fatto carne e, dopo aver sperimentato la morte, è risorto come corpo. È l’annuncio del natale e della pasqua, dell’incarnazione e della risurrezione. In Gesù Cristo, Dio non parla dell’uomo con discorsi eloquenti, ma è un corpo che parla all’uomo con amore gratuito.
Allo stesso modo, il discepolo di Cristo non parla di Dio con tratti elaborati dalla mente, ma è un corpo che parla a Dio col soffio della bocca, con le mani alzate, con gli occhi spalancati. Prima dei discorsi eloquenti e dei trattati elaborati, prima di una parola che argomenta su Dio, sull’uomo e sul corpo, c’è una parola che dice Dio col corpo, una parola che è un corpo per dire Dio, anzi che è il corpo di Dio.”
FEDE E CORPO
Non è pensabile una fede senza corpo ed è rischioso un corpo senza fede.
Esordisce così Giorgio Bonaccorso, monaco benedettino ed insegnante di liturgia all’ Istituto Santa Giustina di Padova all’ incontro che il 7 marzo al centro Veritas si è tenuto per parlare di “Fede e corpo”
Intenso e trascinante è stato non soltanto il robusto intervento iniziale ma anche il duetto tra relatore e pubblico in sala, tutto centrato sulla questione dell’ uomo che è corpo nei suoi tanti modi di essere quali l’ anima, la coscienza, la mente che erroneamente continuano ad essere considerati come “cose” staccate da esso. Anche il sacro è un’elaborazione del corpo, il suo movimento diventa in quest’accezione religione.
Il cristianesimo non si sottrae a tale espressione antropologica e nei testi sacri il peccato (si pensi alla nudità dei primi 3 capitoli della Genesi) è descritto come vergogna del corpo visto come un oggetto che sta di fronte e non soggetto della vita. Proprio nel cristianesimo il corpo stà all’ inizio (nell’ incarnazione) e poi alla fine (resurrezione), annuncia non la rinascita, non la reincarnazione, ma la risurrezione cioè un modo diverso di essere corpo tanto che il Risorto nelle pagine neotestamentarie non viene riconosciuto da chi precedentemente pur lo frequentava tanto che Gesù deve mangiare e bere, farsi toccare, spezzare il pane per rivelarsi in questa sua evoluzione che è anche la nostra.
Ma fin dall’ inizio del cristianesimo, dal secondo secolo d.C., dopo San Paolo che parla di corpo spirituale, i padri della chiesa iniziano la distinzione tra corpo come fondamento di salvezza ( incarnazione, resurrezione, sacramenti) che viene utilizzato molto positivamente nel loro registro religioso, e corpo come fonte di negatività e peccato, quando il registro è morale.
In particolare ad essere condannate sono le passioni, le emozioni, mentre oggi in particolare le scienze cognitive asseriscono che noi pensiamo perché c’è un’elaborazione emotiva, ossia la coscienza è legata al pathos. Più i valori sono legati alla sfera emotiva più sono radicati nella coscienza quindi non ci possono essere amore o relazione se sono solo pensati, anche l’ amore e la relazione con Dio.
Il corpo diventa così la cifra antropologica della trascendenza e su questo anche la religione cristiana, che da duemila anni celebra nei sacramenti la passione per e del corpo del suo Signore, sta percorrendo la via lunga che porta al mistero dell’ essere in Dio.
Annamaria Rondini