17 e 18 marzo 2012: Seminario di primavera con Carlo Molari
Seminario di approfondimento con don Carlo Molari sui nuovi linguaggi della fede, presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, sabato 17 marzo (dalle ore 16.00 alle 18.00) e domenica 18 marzo (dalle ore 10.00 alle 12.00).
“L’avvenire appartiene a coloro che saranno capaci di parlare più linguaggi e di entrare in differenti mondi religiosi”, dice Molari.
Ci si può chiedere se si ritorna alla vecchia teologia apofatica che non dice niente di Dio e coltiva il silenzio?
Risponde Molari: “La teologia apofatica può ridursi semplicemente a non dire, mentre chi vive l’esperienza non può non dire. Lo fa però non con categorie razionali, ma vivendo. La mistica è la vita scoperta come azione di Dio in noi, vissuta in sintonia con l’azione di Dio, consapevoli di quella presenza arcana che attraversa la nostra esistenza e alimenta la nostra storia personale e umana. Insomma, è un traguardo obbligato”.
In questo senso il riferimento a Panikkar è d’obbligo e Molari non esita a definirlo un profeta, dall’esito mistico: “In lui si avvertiva sempre questo sottofondo mistico di contatto col divino, perciò io credo che la mistica sia la necessaria conclusione dei nostri linguaggi teologici”.
SEMINARIO CON DON CARLO MOLARI: “I NUOVI LINGUAGGI DELLA FEDE”
Quando le nostre percezioni dell’esistenza mutano è inevitabile che si modifichi anche il nostro modo di rapportarci al mondo e alle persone attraverso il linguaggio. Tutte le grandi svolte storiche, culturali e religiose sono state infatti scandite da profonde metamorfosi delle forme espressive: anche se le grandi verità e i sommi valori del vivere attraversano il tempo senza alterarsi, tuttavia l’esperienza intima di essi trova in ogni epoca declinazioni diverse e di conseguenza anche inedite forme di comunicazione. Questa constatazione semplice ma densa di riflessi materiali e spirituali è il basamento su cui don Carlo Molari, invitato dal Centro culturale “Veritas” a tenere sabato 17 e domenica 18 marzo un seminario sul tema “I nuovi linguaggi della fede”, ha articolato la sua riflessione e il suo discorso.
La Chiesa cattolica oggi si trova al cospetto di una grande sfida: l’intera concezione della realtà e le stesse strutture mentali dell’uomo sono profondamente diverse da quelle proprie all’antichità, circostanza che richiede un costante aggiornamento del linguaggio o, più precisamente, dei molteplici linguaggi della fede. Il nocciolo della questione non è la semplice trasmissione di una dottrina fissa da un’epoca all’altra, ma la traduzione di una nuova esperienza spirituale ed esistenziale in nuovi simboli iconici, rituali e verbali. L’operazione non è semplice e immediata, sia perché in certi ambiti è ancora molto forte l’attaccamento ai simboli tradizionali – tenacemente difesi a dispetto della loro estraneità alle nuove strutture mentali dell’uomo –, sia perché non è facile suscitare nuove esperienze della fede e soprattutto plasmare corrispondenti simboli con la dovuta competenza umana, esistenziale e culturale. Ogni simbolo infatti rinvia ad una determinata sfera del sapere e dunque esige un accurato lavoro di elaborazione creativa coniugata con un’avveduta preparazione: solo sposando esperienza, ispirazione e conoscenza si può ambire ad un’elaborazione simbolica dal vasto e universale respiro.
Su questo sfondo si inserisce un impegno di vitale importanza a cui tutti noi cristiani siamo oggi chiamati: la maturazione di una spiritualità adulta, fondata su una chiara consapevolezza del mutato scenario storico, religioso e culturale, sulla capacità di vivere sino in fondo e di indurre negli altri la propria mutata esperienza della fede e di tradurla in un nuovo linguaggio.
La qualificazione di questa “spiritualità” con il termine “adulta” rinvia a un determinato livello della nostra vita interiore in cui ci è dato avvertire l’operare incessante di una potenza più grande di noi, di un dinamismo che promuove nell’intimo una disposizione all’accoglienza di questa forza. La ricerca di una sintonia con essa è il cuore delle più varie forme di spiritualità, comprese quelle laiche e perfino atee. La spiritualità cristiana, come quella ebraica e musulmana, si distingue in quanto identifica questa potenza con un essere personale la cui essenza prima è l’attenzione amorevole. In noi cristiani questa forza di vita e di amore risveglia la nostra identità filiale, il nostro essere figli di un Dio che ci rende partecipi del suo dinamismo amoroso. La spiritualità adulta implica dunque almeno alcuni di questi aspetti della nostra esperienza: la consapevolezza di una forza che agisce in noi e fonda tutte le nostre relazioni, la sua interiorizzazione, quindi la volontà di accoglierla in quanto potenza d’amore che suscita amore.
Nell’ambito cristiano questa vita teologale si concretizza nelle tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità, dinamiche interiori che vengono nominate fin dalle prime righe che fissarono con la scrittura la nascente esperienza cristiana. Questa triade teologale non venne decisa da alcun concilio né fu imposta come imperativo etico da osservare alla stregua di un dogma irrefutabile: è la stessa vita spirituale adulta infatti che, in forza delle dinamiche sopra rilevate e spontaneamente espresse, necessariamente sviluppa queste tre disposizioni interiori ed esteriori. Esse a loro volta si incarnano nella totalità del nostro essere ed esistere allorché noi ci abbandoniamo fiduciosamente in Dio ma sempre con lo sguardo puntato su Gesù che è nel tempo e nella storia. Questo riferimento storico a Gesù, iniziatore del cammino di fede, qualifica in modo particolare la spiritualità cristiana in quanto la sottomette ad una struttura personale. Il cristiano infatti è chiamato a incontrare Dio nel tempo e nella relazione con i fratelli, incardinandosi nella temporalità e abbandonandosi al Dio vivo e operante nella storia. Anche la nostra spiritualità è incarnata in quanto si esprime all’incrocio tra le tre dimensioni temporali che ci costituiscono: il passato da recuperare, il futuro da attendere e il presente in cui accogliere il dono di sé che Dio ci ha promesso. In questa stessa triade temporale trova la sua sorgente la triade teologale. La fede infatti è rivolta al passato in cui risuona la Parola di Dio che noi dobbiamo accogliere, entrando così in una storia da assumere nella sua ricchezza e redimere nei suoi limiti. Noi accogliamo oggi questo dono del Verbo che riecheggia intatto nel tempo trascorso e lo manteniamo vivo sia a livello personale che ecclesiale ed umano. La speranza invece è rivolta al futuro poiché noi non possiamo accogliere tutto e subito: troppo grande è la ricchezza divina e questo ci rende consapevoli che esiste una perfezione ancora da attendere. La speranza è l’esercizio di questa attesa di Dio. Questo orientamento al passato attraverso la fede e al futuro attraverso la speranza si realizza nel momento presente del dono, nel rapporto con i fratelli animato dalla carità, dal concreto esercizio dell’amore. Questi tre valori sono le dinamiche interiori di una spiritualità adulta che si realizza nello sviluppo della nostra identità filiale attraverso l’esercizio delle virtù teologali.
Una spiritualità così configurata è in grado di vivere il rapporto con Dio anche attraverso esperienze temporali imperfette, casuali, perfino insensate. Il mondo creaturale infatti è imperfetto, segnato da inadeguatezze, limiti e contraddizioni, ma questa fallibilità e debolezza non possono cancellare il traguardo che si staglia all’orizzonte del credente: si può infatti crescere come figli di Dio in tutte le situazioni, vivere in modo salvifico e positivo anche i momenti più tragici e crudeli che sembrano offendere la vita stessa e sfidare la ragione fino al paradosso. È Cristo stesso, con la sua incarnazione, passione e resurrezione a suscitare nella spiritualità adulta questa forza redentrice che trasforma la croce in un luogo di vita e di amore eccelso. Guardando a Lui l’uomo spiritualmente adulto attraversa anche il male estremo alla luce della Resurrezione e dell’amore, perché proprio dal Cristo morto e risorto ha imparato a vivere tutte le situazioni della propria esperienza in modo salvifico, luminoso e fecondo. La Croce è salvifica non perché è puro straziante dolore, ma perché è il luogo di un amore eccelso che tutto trasfigura, redime e trae dalle tenebre della morte alla luce della vera vita.
Solo partendo da queste esperienze spirituali adulte è possibile elaborare nuovi linguaggi della fede e soprattutto divenire consapevoli dell’urgenza di costruire nuove forme espressive con cui suscitare nuove esperienze di fede. Questa trasformazione richiede in primis un aggiornamento sul piano linguistico che renda chiari e trasparenti gli snodi principe dell’evoluzione delle teorie del linguaggio: dalla visione antica che concepiva la lingua come espressione immediata della realtà alla svolta ottocentesca con l’applicazione di metodi storico critici che studiavano le metamorfosi del linguaggio nel corso della storia (lettura diacronica); dalla rivoluzione strutturalista di De Saussure che mise in luce le molteplici e complesse interconnessioni tra gli elementi del linguaggio (lettura sincronica che illuminava i cambiamenti del sistema in rapporto ai cambiamenti di singole parole e significati), alla fase post-strutturalista che inserì nello studio del linguaggio la componente soggettiva (ogni persona usa una parola in un senso suo proprio, così che i significati cambiano a partire dalle individuali connessioni profonde messe in moto da una data parola).
Applicando alla teologia questa mutata percezione del linguaggio, oggi non possiamo più attenerci alle concezioni antiche che consideravano le parole un riflesso della realtà divina: per noi la parola non è più l’essere immediato della cosa, ma la traduzione della relazione del soggetto con il reale. La teologia cristiana infatti, in alcuni ambiti più in altri meno, non ha ancora o non ha assunto del tutto questa svolta linguistica, ma tende a muoversi ancora secondo le dinamiche tradizionali. In questa ottica la tradizione è la conservazione e trasmissione di immutabili formulazioni dottrinali che attraversano la storia sempre con il medesimo significato. Le mutate esperienze materiali, culturali e spirituali dell’uomo moderno richiedono un aggiornamento linguistico continuo: a questo proposito don Carlo Molari ha concentrato il suo discorso sul linguaggio apocalittico che in passato si fondava su una visione del rapporto tra l’uomo, Dio e la storia che non appartiene più al nostro presente. Questa visione si esprimeva con delle forme ben precise, secondo quel rapporto di specularità che regola le connessioni tra forma e contenuto. Ad una diversa percezione delle dinamiche della storia deve corrispondere necessariamente anche la possibilità di diversi linguaggi con cui comunicarne la viva esperienza. Nell’antichità si credeva che la storia fosse interamente nelle mani di Dio e che nulla accadesse al di fuori della sua volontà e del suo diretto intervento. A questa visione assoluta e immutabile, in quanto radicata nell’assoluta immutabile verità di Dio, non potevano che corrispondere delle formule ritenute altrettanto assolute e immutabili. Oggi l’azione di Dio nella storia non è più concepita come un intervento assoluto e onnipotente in cui gli uomini giocano il semplice ruolo di pedine dell’arbitrio divino e dei fatali decreti della Provvidenza. L’iniziativa di Dio viene oggi avvertita – in conseguenza di tutta una trasformazione epocale del sentire e del conoscere che ha investito ogni campo dell’esperienza e del sapere umani – come un’azione creatrice che a sua volta suscita e sostiene l’azione delle creature. Ma le creature sono imperfette e limitate e dunque incapaci di accogliere ed esprimere l’intera perfezione delle facoltà creative di Dio: di qui il male, l’errore, il continuo inciampare e smarrirsi del cammino umano nella storia. Questa svolta non esclude Dio dalla storia, ma focalizza la delicata dialettica tra il disegno creativo e salvifico di Dio e l’agire umano che accoglie ed esprime per gradi, poco a poco e con estrema lentezza una forza d’amore, di bellezza, di redenzione e di sconfinato mistero sempre al di là della nostra portata. Proprio in questi ambiti, ha concluso don Molari, si gioca l’importanza dei nuovi linguaggi della fede che vanno reinventati e calibrati sul vasto spartito delle più diverse esperienze umane, imprimendo nelle loro strutture una dinamica nuova che sia in grado di coniugare la temporalità con l’eterno, l’onnipotenza di Dio con la libertà umana, ciò che muta con ciò che non muta. Come l’evangelico padre di famiglia che dal suo scrigno sa sempre trarre “cose nuove ed antiche”.
Alessandra Scarino