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Presentazione del libro di Enrico Franzil

Autore // veritas
Postato il // 09 mag 2012

Sabato 28 aprile 2012, presentazione del libro di Enrico Franzil: “Una topolino verde a Trieste”

Una Topolino verde a Trieste
Trieste, Centro Veritas, sabato 28 aprile 2012

Quella con cui Enrico mi ha invitato a presentare questo suo libro, Una Topolino verde a Trieste, è stata una telefonata del tutto inattesa e inizialmente, a essere sinceri, per certi versi preoccupante. Inattesa perché ormai vivo a Udine da quasi quarant’anni e già da un po’ prima che io me ne andassi da Trieste non ci vedevamo molto spesso. Preoccupante in quanto rimettere le mani nel proprio passato è operazione da fare – mi si consenta, visto l’ambiente, la citazione – «con piena avvertenza e deliberato consenso». La materia grave, ovviamente, molto spesso c’è già. Si sarebbe potuto dire che non avrei dovuto preoccuparmi ossessivamente visto che si trattava della gioventù di Enrico e non della mia, ma sarebbe stata una frase del tutto sbagliata visto che noi due abbiamo avuto in comune, una città, un’epoca, una cerchia di amici, un tipo di ambiente scolastico – pur se gli ex del Dante e gli ex del Petrarca non ammetteranno mai che tra i due licei classici ci possa essere stato qualcosa in comune – ma soprattutto un ambiente, quello di villa Ara che per molti di noi è stato illuminante o stravolgente, ma comunque determinante per il prosieguo della nostra vita.
E ad accrescere la preoccupazione è arrivata, con il libro, la terza parola della breve presentazione sul risvolto di copertina: «Racconti brevi, nostalgici…». “Nostalgici”: un aggettivo che inevitabilmente ti provoca una non voluta e non gradevole stretta al cuore perché nostalgia ha come sinonimi – lo dice anche il vocabolario – desiderio, rimpianto, tristezza, struggimento, languore, mentre l’unico termine citato dal librone come contrario è serenità: non c’è da stare allegri.
Ma fortunatamente questa teorica nostalgia si ferma lì, sul risvolto, mentre dentro a innervare il racconto – anzi, i racconti – è sempre quello che preferirei chiamare “dolce ricordo”, in cui tornano alla mente le cose belle e le brutte, ma mentre le prime mantengono il loro peso, le seconde si sfocano, quasi a contraddire una famosa e incontestabile frase di lord Byron: «Il ricordo della felicità non è più felicità; il ricordo del dolore è ancora dolore».
Però probabilmente non è una contraddizione, bensì semplicemente il fatto è che a essere fondamentale nel determinare il nostro rapporto con il passato è se ce lo portiamo dietro, oppure no; se siamo sempre coscienti di averlo dentro di noi, o se quello ci coglie di sorpresa di tanto in tanto. Se, in poche parole, il passato è stato tanto intenso da essere parte di noi, oppure se è ridotto a ricordo. E questo vale sia nel bene, sia nel male.
Per Enrico – e non soltanto per lui – vale la prima ipotesi, con la consapevolezza di avere goduto davvero di quei momenti, di quei luoghi e soprattutto di quelle persone. Se poi, per giudicare se il nostro passato è stato davvero bello, l’unico modo certo è quello di sentire se ci ha lasciato un retrogusto acido oppure dolce, per Enrico il dubbio non c’è davvero.
Ne esce un modo di raccontare che, al di là dello stile che è leggero senza essere minimamente piatto, risulta estremamente sereno, dotato di quella tranquillità che è sempre sembrata essere caratteristica precipua dell’autore di questo libro che nella sua realtà intima era invece un po’ “agitato” – se così si può dire – come noi, sempre desideroso di scoperte e di avventure che, per sua e nostra grande fortuna, erano presenti in gran numero nel nostro piccolo intorno, vuoi perché la guerra, finita da poco, era stata generosa nel lasciarci misteri e timori – il bunker di villa Ara, i residuati bellici, i pozzi, le gallerie, a Trieste; le inutili fortificazioni della linea del Littorio lungo tutto il confine, dall’Alto Adige al Tarvisiano – vuoi in quanto nessuna televisione ci aveva ancora depredato di quella immensa ricchezza che si chiama fantasia e che veniva esaltata e non tarpata dalla lettura e dalla rilettura dei pochi libri che avevamo a nostra disposizione, a casa. Perché fuori casa il dubbio non c’era: tra leggere e stare con gli altri si sceglieva la compagnia, a meno di non essere costretti a rinunciarvi per qualche ragione come quella che ha costretto Enrico a restare a lungo nelle aule del doposcuola di villa Ara a recuperare dopo quella asiatica che lo aveva colpito e debilitato.
E questo modo di raccontare ci fa tornare in mente quei film in bianco e nero che ancora oggi guardiamo volentieri perché non è il colore, ma è la sostanza ad affascinare; un bianco e nero che è lo stesso di quelle fotografie che di tanto in tanto saltano fuori da qualche scatola, o da qualche vecchio album, e che fanno capolino anche in questo libro, a sfidare la nostra memoria. Sono di formato decisamente ridotto rispetto a oggi, con le immagini un po’ troppo piccole, che è necessario scrutare con attenzione, o con la lente, per poterne cogliere certi particolari che sono diventati minuscoli anche nella memoria, come quasi sempre erano già minuscoli in quelle foto; quasi che la distanza di spazio usata quella volta tra la macchina fotografica e i soggetti da immortalare si fosse trasformata in una distanza di tempo che, in definitiva, oggi sortisce gli stessi effetti.
Se l’immagine non si riferisce a oggetti, bensì a persone, allora i primi piani sono rarissimi, mentre quasi sempre appaiono gruppi praticamente indistinti per il gran numero di persone che vi si ammassavano e per la ristrettezza dello spazio su cui i negativi erano poi stampati. Ma anche quello stare sempre insieme, volentieri, acquista oggi un sapore più preciso rispetto a quella specie di istinto che dirigeva i nostri passi i quegli anni ogni qual volta appariva la possibilità di essere immortalati con coloro con cui passavi, in definitiva, la stragrande parte del tempo libero.
C’era la consapevolezza che lo stare insieme era meglio dello stare da soli, che nel gruppo si cresceva meglio perché era molto più facile individuare i comportamenti da ammirare e imitare e quelli da disprezzare ed evitare; salvo, dopo qualche tempo, magari cambiare idea perché si era ancora enormemente plastici, ancora tutti da costruirsi e costruire.
A riguardare quelle foto oggi, torna in testa un mondo in cui ancora si pensava di poter essere simpatici a tutti e che tutti potessero essere simpatici a te; in cui si era convinti che in qualunque discussione si potesse arrivare a una mediazione soddisfacente per entrambi; in cui si era incrollabilmente certi che il progresso di questo mondo non si sarebbe mai fermato, né nella scienza, né nella tecnica, né nell’organizzazione della società; in cui si pensava che ci fosse una comune scala di valori cui fare riferimento; in cui non si prendeva neppure in considerazione l’ipotesi che un’amicizia potesse interrompersi, o addirittura finire.
Enrico tutte queste cose le tocca. Ovviamente con toni diversi dai miei, ma la sostanza rimane uguale e poi si avventura anche in percorsi emozionali di cui finora non ho parlato e che sono gli unici davvero diversi tra tutti noi, anche se rivestono la medesima fondamentale importanza: la vita in famiglia e l’imprinting che la famiglia ti dà e sul quale tutto il resto si innesta.
E tocca anche il mondo che ci circondava, che era una Trieste molto diversa da quella di oggi, sia perché il mondo stesso era diverso, ma anche in quanto il contatto con la guerra, o almeno con i suoi militari rappresentanti qui è durato fino al 1954, perché a Trieste le estremizzazioni politiche sono state estreme davvero, perché la nostra gioventù camminava su una specie di lama su cui era possibile restare in equilibrio, ma dalla quale era anche facile cadere, senza averne inizialmente eccessiva colpa, sia da una parte, sia dall’altra. Nei rapporti con la minoranza linguistica, per esempio, molto voleva dire dove vivevi e come la pensavano i tuoi. Personalmente da bambino abitavo a San Giovanni e spesso mi sono domandato come l’avrei pensata se non avessi sentito i miei genitori mettere in luce che chi parlava sloveno non era uno sfortunato in quanto non si esprimeva normalmente nel dolce idioma italiano, ma, anzi, era un privilegiato perché fin da piccolo sapeva esprimersi in due lingue diverse, oltre che in quel dialetto triestino che, pur con inflessioni fortemente differenti, da secoli funge da lingua franca capace di avvicinare e fondere tutti gli uomini di buona volontà, di qualunque lingua, etnia e religione siano.
Anche per Enrico la famiglia è stato un punto di riferimento forte, forse – si evince dai suoi racconti – talvolta anche troppo forte, ma sempre amorevole, sempre capace di impartire insegnamenti preziosi e di accettare, in definitiva, silenziosamente che i precetti passassero al vaglio del ragionamento del ragazzo prima che decidesse se farli davvero suoi.
Si ha un bel dire che Trieste è una città unica nel panorama europeo perché la sua anima è multiforme e multiculturale, ma in realtà è una città estremamente plurale nel suo interno e spesso alcuni suoi aspetti non sono declinabili tra loro, a meno di non aver avuto la fortuna di respirare davvero quella voglia di aprirsi e non di difendersi, di mettersi in gruppo come nelle foto e di custodire gelosamente la propria individualità, di porre a disposizione degli amici i propri pregi e i propri difetti con la massima apertura a ricevere in cambio esattamente la stessa merce.
Presentare il libro di Enrico fermandosi puntualmente su ogni suo scritto è praticamente impossibile perché ognuno meriterebbe un piccolo saggio a sé stante. Quindi mi limiterò a qualche veloce accenno partendo proprio dal racconto che gli dà il nome: quello della Topolino verde che è un vero e proprio viaggio nel tempo in cui si finiscono per risentire odori, sapori, sensazioni tattili e visive che ormai ci siamo dimenticati perché il sintetico, l’inodore, l’insapore, il quasi sempre liscio, il quasi sempre con colori che non colpiscono, a meno che non vogliano colpire, ci hanno derubato di parte della ricchezza dei nostri sensi. È un vero e proprio viaggio anche negli atteggiamenti di quella volta quando si temeva che lasciar prendere confidenza alla mano di un bambino con un oggetto potesse indurre a insane e pericolose sperimentazioni, quando nell’effettuare un acquisto si pensava seriamente alle conseguenze che poteva avere: fu comperato un furgone chiuso perché la zia temeva che se fosse stata acquistata la pretenziosa giardinetta con le fiancate in legno e masonite quel modello “di lusso” avrebbe invitato allo spreco, cioè ad andare in giro per diporto la domenica e il pomeriggio.
Nel primo racconto, “In gita ai bagni di Medres” appare il gusto della scoperta di un cittadino che si ritrova tra la fienagione, la forza dell’acqua capace di far girare una ruota che serve per il mulino e una per la segheria, i fortini seminascosti e ricchi di numeri dal significato misterioso.
Anche ne “L’insegnante di lingua straniera” c’è qualcosa che accomuna Enrico e me perché anch’io ne ho avuta una, ma in me ha provocato l’effetto opposto: quello di una totale repulsione per quella lingua, che per lui, invece, si è trasformata in motivo di piacevole lavoro.
E da tutti gli altri esce qualcosa di molto significativo: accanto all’amore per la bicicletta prende corpo quello per il paesaggio e l’architettura spontanea che la bicicletta gli permette di assaporare e il rifiuto per progetti edilizi faraonici e sbagliati. E poi dalla narrazione escono spunti e considerazioni sulle condizioni economiche della maggior parte dei ragazzi degli anni Sessanta e sui loro improbabili mezzi di locomozione. Sui sogni, i primi contatti con il mondo del lavoro e le soddisfazioni che erano invariabilmente delle grandi conquiste. Sulla sfida posta da un esame di maturità che era davvero terribile e che ha ritardato più d’uno di noi proprio mentre sperava di avercela fatta. Sui compagni che non ci sono più e di cui ogni tanto sentiamo ancora incredibilmente la mancanza anche se siamo certi che la vita ci avrebbe comunque messo su strade diverse, destinate a incrociarsi soltanto sporadicamente. E poi la speleologia, il pudore a parlare di certe cose che attengono alla sfera sessuale, la sensazione di vivere insieme alla gente e non tra la gente della città, i viaggi, la coscienza che quella che per noi era normale vita quotidiana in certi casi è diventata storia nel vero senso della parola.
A un certo punto, riferendosi agli ex arredi della chiesa di via del Ronco, Enrico dice: «Niente può più confermare se sia effettivamente esistito o se sia frutto di immaginazione». E questa incertezza può essere applicata a tutto, anche se dentro di noi sappiamo che tutto è davvero esistito, anche quel periodo in cui, come nella gestione del tram di Opcina, l’uomo era non solo utile, ma necessario nel comandare gli ingranaggi; in cui non esistevano ancora quei computer che ci hanno fallacemente illusi di essere capaci di fare tutto, mentre in realtà hanno convinto il mondo, che di noi uomini , della maggior parte di noi uomini, in definitiva non c’è così tanta necessità.
Per ultimo ho tenuto il bel capitolo dedicato a villa Ara, ma non ne parlerò molto, se non per darvi il consiglio di oggi. Non solo perché non voglio togliervi il piacere di leggerlo, di scoprire o ricordare, a seconda dell’età, ma perché desidero approfittare di questa occasione per ricordare coloro che non ci sono più e ai quali questa giornata è stata dedicata.
Pochissime ma sentite parole per ognuno di loro da parte mia. Padre Antonio Palazzo è quello che più di mezzo secolo fa, assieme a padre Vit, mi ha accolto a Villa Ara, con il mio cane Pampurio. Ricordo di lui soprattutto una sua frase che una volta mi ha detto nella severa penombra della direzione quando ero ancora ragazzo, una frase che allora mi aveva colpito, anche se sicuramente non l’avevo capita nella sua essenza, ma che poi mi è rimasta scolpita dentro e ha diretto la mia vita: «Tu – le parole esatte non le ricordo, ma il senso era certamente questo – devi dare retta esclusivamente alla tua coscienza e al tuo cuore. Non credere mai acriticamente a nessuno, a cominciare da me».
Padre Guido Poli, da parte sua dispensava quei “Cocolo” che ti facevano tremare ogni volta che li sentivi rivolti a te, perché erano l’immancabile prodromo a un rimprovero che spesso non risultava neppure tanto velato. Di lui ricordo soprattutto quelle lunghe lezioni di catechismo che apparentemente mi sembravano soltanto furti di tempo libero e che, invece, sono stati il primo momento in cui inconsciamente ho cominciato a comprendere che tra fede e religione le differenze si sono e non sono davvero piccole.
Di padre Aurelio Andreoli posso dire davvero poco perché quella volta la distanza tra villa Ara e il Centro Veritas era in realtà davvero molto superiore a quei pochi metri che nei fatti ci sono. Per noi era difficile comprenderlo perché avvertivamo distintamente la potenza rivoluzionaria del Concilio Vaticano II che si svolgeva sotto i nostri occhi e consideravamo il Veritas e il suo fondatore momenti di conservatorismo anticonciliare. Non so se fosse giusto, anche se mi è sempre rimasto il dubbio che un uomo che amava la cultura non poteva essere insensibile al richiamo a una fede che cessasse di essere irriflessa e imposta e potesse maturare proprio attraverso la cultura.
Da ultimo, ma non ultimo, fratel Rinaldo Peruzzo. Uso anche il cognome pur se una volta ben poco lo si usava, per parificarlo, nella sua influenza sul nostro maturare, ai sacerdoti di cui, invece usavamo soltanto i cognomi. Era un umile saggio, che non si è limitato a gestire la normale amministrazione del Centro Giovanile Studenti, ma lo ha anche sostenuto in momenti piuttosto difficili. Però, soprattutto, è stato capace di influire potentemente con l’esempio e molto spesso anche con poche, ma incisive parole sui giovani che gli sgambettavano davanti.
Ecco, per me il libro di Enrico non è soltanto bello per come è scritto e per i ricordi e i pensieri che contiene, ma anche in quanto, come tutti i buoni libri, ha avuto la capacità di suscitare altri pensieri, di indurre a ragionare su me stesso e sul mondo che mi è girato attorno. Anche per me senza nostalgia ma con tanti dolci ricordi.

Gianpaolo Carbonetto

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