Febbraio – maggio 2012: Corsi di cultura secondo semestre
Il Centro Culturale Veritas propone per i prossimi mesi, da febbraio a maggio 2012, tre corsi di cultura. Due corsi si riferiscono alla Bibbia, uno al Corano. I corsi in programma sono: “Il gusto della parola”, “Il Libro dell’Esodo, Shemot” e “I Sufi”.
Partiamo dunque dal primo corso che s’intitola:
“Il gusto della parola”.
E’ un corso introduttivo alla Scrittura santa. Docente è don Antonio Bortuzzo; si articola in 12 lezioni, della durata di un’ora mezza ciascuna (dalle 18.30 alle 20.00) con cadenza settimanale, il lunedì, da febbraio a maggio 2012.
Il titolo è stato suggerito da Isaia 25, 6:
“Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande,
un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.” (Is 25, 6)
Sul monte dove Dio dialoga con l’uomo, Dio svela agli uomini i misteri del Suo Regno. Ciò che Dio offre è paragonato ad un banchetto succulento dove tante sono le vivande e le bevande, mille gusti che sono offerti a chi vuol partecipare. Così è per la Bibbia: essa non è un piatto unico con un gusto uniforme e non meglio definibile … non è solo un libro di storia o solo un manuale di etica … in essa ci sono molte diversità, è un mondo dai mille colori o dai mille gusti o ancora dai mille profumi.
Fuor di metafora ci sono molti aspetti sotto cui si presenta la Parola, molte forme letterarie, ognuna delle quali ha una sua bellezza e un suo particolare messaggio volto a toccare uno specifico settore umano per illuminarlo e santificarlo.
Nei dodici incontri il docente cercherà di scoprire alcune di queste diversità.
I corsisti assaggeranno, se così si può dire, il gusto del mito, della favola, del racconto edificante, dell’epopea, del canto di vittoria (epinicio), il canto triste per una perdita dolorosa (elegia), della riflessione sapienziale, della preghiera di lode, della preghiera di supplica, del canto d’amore, delle leggi, delle parabole.
Dodici piatti o meglio i dodici temi degli incontri incentrati sui corrispettivi generi letterari.
Passiamo ora al secondo corso:
“Il Libro dell’Esodo, Shemot”. E’ tenuto da Ariel Haddad, responsabile del museo della Comunità ebraica Carlo e Vera Wagner di Trieste e rabbino capo della Comunità ebraica di Liubljana.
Il corso si articola in dodici lezioni, della durata di un’ora e mezza ciascuna (dalle 18.30 alle 20.00) con cadenza settimanale, il martedì, da febbraio a maggio 2012.
Il docente nei due anni precedenti ha affrontato lo studio interpretativo del primo libro della Torà, la Genesi; quest’anno comincerà lo studio interpretativo del secondo libro della Torà, l’Esodo, in ebraico “Shemot”.
Durante il corso verranno letti e interpretati brani tratti dall’Esodo con l’ausilio di interpretazioni rabbiniche.
Il docente non adotterà nello studio del testo biblico un approccio filologico, ma l’approccio del PARDÈS (che in ebraico significa giardino). (Noteremo tra parentesi le affinità tra questo modo di leggere la Bibbia e quello del corso di don Bortuzzo, prevalentemente plurale).
Il termine pardès è un acronimo di altre quattro parole che indicano:
1. l’interpretazione letterale
2. l’interpretazione allegorica
3. l’interpretazione omiletica
4. l’interpretazione mistica, cabalistica
Come un giardino accoglie diverse piante, così l’interpretazione del testo biblico deve accogliere i diversi livelli, i quali livelli si intrecciano l’uno con l’altro.
Ecco che molte interpretazioni letterali utilizzano il livello omiletico o allegorico per interpretare alcuni passi oscuri, così come le interpretazioni mistiche si agganciano spesso all’interpretazione letterale, perché certi passi sembrano oscuri e non lo sono.
Lo scopo del corso è quindi una lettura che si avvale dei quattro livelli interpretativi.
Il testo biblico sarà letto in originale ebraico per poter comprenderne meglio il significato.
Il docente infine promette che, nonostante il corso sia difficile, non mancheranno momenti di letizia, come rabbi Akiva che soleva cominciare le sue lezioni con una barzelletta perché il riso apre il cuore delle persone allo studio, così il rabbino Haddad delizierà i corsisti con qualche storiella.
Ed infine passiamo al terzo corso: “I sufi” – luce su luce (Nurun ‘ala Nur) -, tenuto dal dott. Sergio Ahmad Ujcich, portavoce del Centro Culturale Islamico di Trieste.
Il corso si articola in dodici lezioni, della durata di un’ora e mezza ciascuna (dalle 18.30 alle 20.00) con cadenza settimanale, il giovedì, da febbraio a maggio 2012.
Il docente intende approfondire la conoscenza dell’Islam soffermandosi sulla corrente mistica del Sufismo. Presenterà i maestri del sufismo più famosi, quali Rabi’a, al Ghazali, Jalal ad din Rumi, Al Hallaj, Ibn al ‘Arabi, Ahmad Sirhindi ed altri, di essa presenterà la biografia e leggerà e spiegherà alcuni brani tratti dai loro scritti.
L’espressione “sufismo” è impiegata per rendere nelle lingue occidentali il termine arabo Tasawwuf, parola che serve a designare la mistica islamica o, più esattamente la realtà esoterica più profonda e interiore della religione fondata sul Corano e predicata dal profeta Muhammad. Essa è stata anticamente definita come la “scienza dell’interiore” (‘ilm al-bâtin) e la “scienza della realtà essenziale” (‘ilm al-haqîqa). Il termine Tasawwuf deriva dalla parola Sûfî, che fa la sua prima comparsa nel II secolo dell’Egira a Kufa, quale soprannome dato a un asceta, e la si fa comunemente derivare dall’uso di questi primi asceti di indossare abiti di lana (in arabo sûf). Una tale derivazione, tuttavia, per quanto corretta linguisticamente, è di ordine esteriore e gli stessi Sufi hanno proposto anche altre motivazioni, come quella che la vede associata alla parola safâ’ – “purezza” – o a suffa, con riferimento agli Ahl al-suffa, la “Gente della veranda”, alcuni compagni del Profeta che vivevano da asceti in un’area della moschea di Medina, dediti esclusivamente alla scienza sacra, agli atti di culto e al “ricordo di Dio” (dhikr). La prima di queste ultime due derivazioni ha in vista la natura essenziale del sufismo, poiché esso consiste in una Via (tarîqa), o “procedimento” (sulûk) per pervenire alla “Prossimità del Principio divino”, e per ottenere questo scopo il “viandante” (sâlik) si sbarazza progressivamente di “tutto ciò che è altro che Dio” (kullu mâ siwâ ‘Llâh). È questa la “purezza” interiore del Sufi, che Junayd al-Baghdâdî (†910) definirà come “colui che Dio fa morire a se stesso e vivere in Lui”.